L’INNO ALLA VITA DI INDY GREGORY – LA MORTE E L’AMORE.

L’INNO ALLA VITA DI INDY GREGORY – LA MORTE E L’AMORE.

di Paola Mora

L’ultimo respiro di Indi viene esalato alle ore 1.45 del 13 novembre 2023, come raccontato dal padre, Dean Gregory. “Dopo la morte di Indi, io e mia moglie Clare siamo arrabbiati, affranti e pieni di vergogna. Il servizio sanitario nazionale del Regno Unito e i tribunali di questo Paese, non solo le hanno tolto la possibilità di vivere, ma anche la dignità di morire nella sua casa. Non potranno mai però prendere la sua anima. Sapevo che era speciale dal giorno in cui è nata. Hanno cercato di sbarazzarsi di lei senza che nessuno lo sapesse ma io e Claire ci siamo assicurati che venisse ricordata per sempre!”.  L’Alta Corte di Londra ha rifiutato anche la possibilità che i genitori potessero portare la bimba a casa, dopo aver respinto, in precedenza, l’occasione offerta dalla struttura ospedaliera ‘Bambin Gesù di Roma’, per cui Indi avrebbe potuto continuare le cure palliative in Italia grazie ad un tentativo di intercessione del governo Meloni. Gli specialisti e il tribunale britannico, hanno sostenuto che il trasporto in Italia non sarebbe stato “nell’interesse della bambina”, poiché ella avrebbe dovuto sottoporsi allo stress del viaggio aereo col ventilatore artificiale e gli altri strumenti di supporto.  Indi soffriva di una malattia mitocondriale rarissima e non curabile, che, in ogni caso, la avrebbe condotta alla morte. Questo particolare è stato ciò su cui il governo britannico si è impuntato per decidere di sopprimere la bambina, privandola dei supporti ospedalieri che riuscivano a tenerla in vita. Nei mass-media si parla e si preme molto sul fattore “malattia incurabile”, ma di mali incurabili ve ne sono tanti nel mondo, e, tuttavia, non si può semplicemente staccare gli interruttori di ogni persona che lotta per la propria esistenza, o spesso per motivi che vanno anche oltre la propria esistenza stessa e che riguardano gli affetti.

Nel caso specifico, Indi aveva solo 8 mesi. La bimba nasce nell’epoca delle grandi scoperte, della tecnologia avanzata e dei progressi terapeutici per le patologie rare, e il punto principale su cui è necessario riflettere non è meramente la malattia di cui soffriva, per cui si è deciso di sopprimerla, ma la volontà dei due genitori che erano disposti a fare qualche altro tentativo, e che amavano Indi ogni giorno senza farle mancare nulla. In primo luogo, l’aspetto umano in queste situazioni è più importante di tutto il resto perché le famiglie con a carico figli disabili, o che non nascono perfetti come tanti altri, una delle scelte che compiono mettendoli al mondo è quella di regalargli momenti quanto più “normali” possibile, affrontare le difficoltà assieme, e assumersi le responsabilità senza che nessuno imponga soluzioni estreme, per cui una famiglia “non sempre si sente pronta”. I genitori di Indi andavano al massimo accompagnati verso la scelta dolorosa, ma non costretti, e, che dire si voglia, Indi i suoi momenti felici li aveva nonostante tutto. Per un bambino, il punto di riferimento sono la madre ed il padre. Per quanto Indi lottasse contro la malattia, era una bimba con una sensibilità straordinaria che reagiva agli stimoli e guardava i cartoni animati, le luci, i colori che servivano a renderle più normali le lunghe giornate distesa. I tubicini che la tenevano in vita non soffocavano gli occhi enormi da cerbiatto, con quelle ciglia lucide e lunghissime da cui era possibile specchiarsi sul mondo.

Dal ‘Nottingham Medical Center’, la bimba è stata trasferita in un hospice per intraprendere il percorso di distacco dalle macchine senza procurarle troppo dolore. L’ossigeno le è stato tolto gradualmente. Indi, aveva avuto una prima crisi respiratoria dopo il primo distacco dalle macchine principali, poi si era ripresa, quasi un segno della sua voglia di vivere ancora un po’, il tempo necessario per godere di suo padre e sua madre, il tempo necessario per essere pronti insieme, come una famiglia, e senza le pressioni disumane di terzi attori per cui la vita, evidentemente, è solo un numero sulle cartelle cliniche. Come già detto, la malattia di Indi era incurabile e la piccola, senza che ci fossero miglioramenti o cure, se ne sarebbe andata via ugualmente, forse anche nonostante il supporto delle apparecchiature ospedaliere, ma coi tempi di Dio. O anche, ad un certo punto, i genitori che le erano l’unico indissolubile legame viscerale… si sarebbero convinti a procedere con la scelta su cui il governo britannico premeva tanto!

Non si può togliere la vita a piacimento e negare le cure a chi sta male, nemmeno se si tratta di malattie incurabili. In questi casi, è necessario che gli interessati si sentano pronti a certi passi estremi, senza che vengano spintonati da chi quel legame non lo vive affatto! Inoltre, la società dovrebbe smettere di accanirsi contro la vita propagandando tutto ciò che ha a che fare con l’arrendersi, col suicidio, con l’aborto, investendo meno su queste pratiche e puntando di più su tutto ciò che incoraggia all’esistenza. La vita è complessa e straordinaria allo stesso tempo, ma se si seguisse l’iter attuale in cui la società invita alla morte continuamente, o come per il caso Indi obbliga a morire, molte persone che potrebbero essere messe in condizione di farcela dalla comunità, sceglierebbero nella depressione e nell’abbandono di mettere fine alla propria esistenza. Ecco perché questi casi estremi sono importanti e perché si corre il rischio che i ‘governi sostenibili’, appoggiati dai tribunali corrotti, possano approfittarne per scartare gli elementi non utili all’azienda e alla crescita del PIL. Per i governi che si barcamenano sulle ideologie eco-sostenibili, la vita e la morte non hanno alcuna importanza se non nella misura in cui un soggetto non deve essere un peso per lo Stato, ma utile al profitto. Ecco perché eutanasia, suicidio assistito, obblighi di morire, propagande contro la vita, imperversano in un momento in cui la recessione è all’angolo e i governi non hanno più soldi per la sanità, o per le pensioni con cui ripagare gli sforzi di una vita degli anziani. Il “caso Indi Gregory” non è stato l’unico in Gran Bretagna. Negli ultimi recenti anni, altri due bambini inglesi di pochi mesi, Alfie Evans e Charlie Gard, affetti entrambi da mali incurabili, sono morti dopo una battaglia giudiziaria in cui, il ‘Bambin Gesù di Roma’ si era offerto ugualmente di ospitarli. Non si faccia di Giorgia Meloni una statua, perché in realtà era già accaduto, già si conosceva il risultato e la risposta più plausibile da parte del governo britannico. Era necessario da parte delle istituzioni fare di più. Non è vero che “abbiamo fatto tutto il possibile”, benché sia scontato che la famiglia di Indi si senta grata per un’azione, da parte italiana, che gli ha concesso un barlume di speranza. Si poteva fare certamente di più ma non è il momento di scatenare polemiche. È il momento, invece, di muoversi per evitare che le istituzioni possano decidere da sole chi merita di vivere, e chi di morire! Durante la pandemia è stato impedito ai familiari di tantissimi ricoverati di accedere alle strutture sanitarie, poter assistere i propri cari, o addirittura vedere la salma dei parenti deceduti per un ultimo addio. Intanto, in Palestina, le famiglie scavano sotto le macerie, ricompongono i pezzi dei propri morti, li custodiscono in sacche di pezza e li trasportano per chilometri in mezzo ai bombardamenti nel tentativo di dare loro una degna sepoltura. Non temono di salutarli smembrati, accarezzano ciò che ne è rimasto. Questo, fa capire quanto chi amiamo è importante da vivo, come lo è da morto. Sempre in ‘era Covid’, è stata praticata una illecita eutanasia collettiva nelle corsie ospedaliere senza che sia stato chiesto il permesso a nessuno, e addirittura, è stata imposta una cura a tutti i cittadini attraverso un ricatto, contravvenendo ad ogni legge sui diritti umani. Sono argomenti su cui è necessario accendere i riflettori!  L’indifferenza nei confronti del legame tra un bambino ed il genitore, ed anche per la vita dei più piccoli, è simbolo di una via senza ritorno e di una decadenza di valori che non si è mai avvertita nemmeno nei periodi storici più tragici.  La difficoltà della richiesta per un ‘cessate il fuoco’ a Gaza, a fronte di una quantità di vite spezzate che sono quelle dei bambini, deve assolutamente preoccupare; non è perdonabile l’atteggiamento asettico di leader di molti governi, che si definiscono democratici, e che se ne sono lavate le mani giustificandosi malamente. È necessario sottolineare che i bambini stanno attraversando la peggiore delle epoche, in cui pretendiamo che vivano come fossero adulti ed in grado di sopportare il peso del mondo, vittime delle nostre fisime mentali, ed ideologie malate o perverse. Quello di Indi Gregory è un inno alla vita: è il canto di una neonata che, nonostante la sofferenza, conosceva la gioia di una madre che la cullava e di un padre che ha provato a proteggerla fino alla fine. È la storia di una bambina che cercava il contatto umano come tutti i bambini, e che aveva capito quale fosse sua madre e quale il padre, in mezzo al via vai di medici ed infermieri. Si fidava di loro soltanto, era legata a loro, alle decisioni che quella famiglia prendeva per lei e assieme a lei! Ecco perché aldilà della sofferenza di una malattia terribile, il momento giusto per dirsi addio era necessario sceglierlo assieme, nella libertà, senza oppressione o forzatura da parte di alcuno. Invece, i tribunali hanno scelto la via più semplice ma non quella più felice: non quella più felice per Indi, non quella più felice per la sua famiglia, perché… nessuno di loro era pronto! La domanda stupida è: si può essere mai pronti per la morte? Arrivano dei momenti in cui capisci che non sempre ciò che tu desideri può avverarsi, ma l’importante, all’interno di una comunità che possa definirsi civile è accompagnare le famiglie e non mai torturarle nei percorsi più spinosi. Poi esistono i miracoli! Vite che si riteneva si sarebbero spente, che poi si sono riaccese! Ci sono anche le possibilità, le rivoluzioni, e non sempre è obbligatoria la rassegnazione prioritaria. A chi dice che Indi stava solo soffrendo, a chi parla di accanimento terapeutico nei confronti di una bimba di soli 8 mesi, è bene urlare che l’amore spesso ti tiene in vita più che le macchine, e Indi, tutto sommato, è vissuta non solo grazie ai tubicini che la aiutavano ma anche grazie all’amore di cui era circondata.  E forse, il motivo per cui si è spenta, è stato più il dolore che la piccola ha percepito nel cuore e nelle preghiere di mamma e papà e per mettervi fine, che non il distacco dai macchinari preteso dal tribunale. Eppure, è un estraneo che ha deciso il suo omicidio pubblico. Ed è questa la cosa imperdonabile di una società scadente e fallimentare, che declassa gli stadi dell’umanità trasformandoci in cifre. La possibilità che si doveva dare ad Indi, era quella di un percorso insieme alla sua famiglia che la ha messa al mondo, e che la bimba stessa sentiva come prolungamento di sé. Era un percorso più difficile, perché nessuna malattia è facile. È più facile morire, che vivere, nelle malattie. Ma la forza di vivere ha i tempi dell’amore, e molti cuori battono nella sofferenza delle malattie, anche solo per poter stringere la mano a chi ami qualche minuto in più…!

‘Buon viaggio Indi e trasmetti il tuo coraggio a mamma e papà che potrebbero perderlo. Che possano celebrare la vita che ti hanno tolto. Che vivano, anche per te!’  

13 Novembre 2023 – PAOLA MORA – Qui Radio Londra Tv                                     

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