IL FALLIMENTO DELLA POLITICA E’ NEL FALLIMENTO DEI VALORI UMANI

LA PROPAGANDA IN OGNI ASPETTO UMANO. L’ERRORE DI CHI RAGIONA SOLO CON L’EGO E’ IL SEGNO DELL’ASSENZA DI UN GRANDE LEADER.

Non è la prima volta che accade, ma fare giornalismo o politica in modo professionale, non vuol dire esattamente pensare solo alla sponda per cui si pende politicamente in guerra, o avvantaggiare il proprio portafoglio in via delle elezioni. La morte di Darya Dugina e la speculazione su questa notizia che è gravissima, trattandosi di un evento che ha per sfondo anche un attentato a matrice terroristica, apre lo scenario sul fallimento della nostra società e declina i buoni propositi di una ‘politica migliore’ per i nostri Paesi. Da una parte e dall’altra, in Europa, sia il regime storico globalista che le nuove forze in lizza per le  elezioni, la stampa occidentale oltre che quella ucraina, hanno preferito marciare sulla morte prematura di Darya trasformandola in mezzo di propaganda rivolto a contemplare i propri successi e aspetti personali. Il fatto che la ragazza, giovane donna, sia vittima di un attentato e abbia perso la vita, è passato in secondo piano non appena si è intuita una minima traccia che si potesse trasformare il decesso in un trofeo, a sostegno delle proprie convinzioni o ideologie politiche. In questo senso, Darya non è stata uccisa solo da una bomba montata sotto il sedile dell’auto che guidava! La stampa occidentale ha strumentalizzato la sua morte, in primis spostando l’attenzione sulla figura sociale del padre, Alexandr Dugin – terribile ‘ideologo di Putin’. Questo, ha causato una sfilza di commenti violenti sui social network in cui gli utenti, senza neanche accertarsi di chi fosse Dugin nel panorama geopolitico e ideologico, hanno fatto strage del nome di questo papà, trascinando anche la figlia in un mercimonio di invettive e provocazioni. Darya, per la stampa e per alcuni utenti privi di materia cerebrale è “bene che sia morta perché era la figlia che sosteneva come suo padre la Russia, e suo padre era l’ideologo di Putin, quindi, merita il dolore di perdere una figlia!”.

Dugin non è mai stato ideologo di Vladimir Putin, tanto per cominciare! È un sensazionalismo della ‘stampa-spazzatura-occidentale‘ montato ad arte, dal momento che Alexandr Dugin si era schierato a favore dell’operazione speciale in Ucraina (come tanti altri al mondo); non lo ha mai negato, ma nella vita non è stato il consigliere di Putin, né ha incitato personalmente il leader a portare aventi l’operazione contro Kiev. Illazione, in cui la stampa e il regime hanno inzuppato il pane. E Putin, non è mai stato un ideologo benché il pensiero del Presidente si avvicinasse in alcuni aspetti a quello del “filosofo tra tanti” per ciò che concerne la visione geopolitica euroasiatica, per cui, sottolineiamo che: anche l’opinione su ciò che volesse dire ‘Novorossya’ per Dugin, era considerata in maniera differente da Putin rispetto a Dugin –  in realtà non ne condivideva altri particolari pareri politici o filosofici. Si può dire serenamente che molti aspetti, troppi, della filosofia o idea politica di Dugin fossero opposti a quelli decantati da Putin in molte interviste e interventi pubblici. Né ci sono collegamenti che facciano presumere un forte legame di amicizia tra Putin e Dugin, benché quest’ultimo abbia sostenuto il governo del Presidente e non fosse assolutamente un oppositore. In Russia, il consenso a Putin è alto. Il filosofo Dugin è più famoso in occidente, mentre in Russia ha una storia di vita compromessa a causa della sua condotta. Infatti, egli, come spiega bene il giornalista e scrittore Alberto Fazolo in alcune dichiarazioni, ed altri esperti della storia di Russia, “Dugin era stato il co-fondatore assieme al politico Limonov del Partito Nazional-Bolsevico, una organizzazione che fu sciolta proprio dalle autorità russe. In quella occasione, Limonov venne arrestato mentre Dugin venne risparmiato dalla galera. Da allora la carriera filosofica di Dugin declinò in Russia, benché il politologo sia stato interpellato da diversi politici russi come consigliere, ma mai dal Presidente Putin”. Tuttavia, Alexandr Dugin è coinvolto più indirettamente con gli affari politici anche esteri del suo Paese, essendo entrato in contatto con personaggi di spicco (anche in periodi in cui nessuno lo conosceva apertamente come filosofo e uomo di cultura), ma non direttamente col Presidente di Russia nella veste di guida o Guru per cui non vi può essere imparentato nelle scelte politiche personali. La figlia, Darya, al contrario era una stella nascente (come anche il padre la descrive nel suo breve ringraziamento per le condoglianze diramato alla stampa). Svolgeva il ruolo di attivista fervida, aveva un canale Telegram in cui esponeva le critiche e le notizie di cronaca, scriveva, documentava, da subito si era sentita di sostenere la Russia e l’operazione speciale in Ucraina. Darya non aveva il crisma filosofico di suo padre da cui aveva preso coraggio critico ed ispirazione, ma un suo modo di pensare distinto e coerente, idee proprie dettate dalla volontà giovanile d’esprimersi come creatura ‘unica’ e diligente nel servizio prestato alla patria.


E’ questo il motivo per cui, la stampa russa, nonostante i trascorsi meno fortunati del padre non si è accanita su di lei ma si è rivolta alla ricerca dei responsabili terroristi che la hanno uccisa. Il fatto che si sia pensato subito alla pista dei nazionalisti ucraini, è determinata dal motivo che Darya era stata sanzionata dall’occidente in quanto russa e ‘promotrice della narrazione russa‘, e la stampa ucraina la condannava per le posizioni sulla guerra; ancor più perché il padre, Dugin, ha dichiarato a poche ore dalla morte della giovane di essere stato minacciato in precedenza via mail, proprio dai nazionalisti ucraini; minacce cui non aveva dato peso. La notizia di ‘Rainews’ su una rivendicazione dell’attentato da parte di un’organizzazione antirussa non vicina a Kiev, su cui però non esistono prove a favore – benchè ci si chieda il motivo di questa rivendicazione e le indagini prendono in considerazione eventuali ruoli di depistaggio o altro – sarebbe arrivata pochi minuti dopo quella dell’identificazione della donna ucraina che avrebbe invece commesso l’atto terroristico. Sottolineiamo, che il governo di Kiev si difende, affermando che la donna sospettata non è un membro del reggimento di Azov e che il documento che la identifica come tale è un falso, ma è naturale che si aprirà a questo punto un contenzioso rispetto alla figura della presunta colpevole che  verrà chiarito certamente più in avanti attraverso le indagini.

Si tratta di Vovk Natalya Pavlovna, (che sia membro del battaglione Azov è un dettaglio da accertare), arrivata in Russia il 23 luglio, la quale, avrebbe affittato un appartamento assieme alla figlia nell’abitazione a fianco cui viveva Dugina Darya (per raccogliere presumibilmente informazioni sulla ragazza). Per prendere informazioni, avrebbe usato una Mini Cooper con cui seguiva gli spostamenti di Darya. All’ingresso in Russia, l’auto aveva il numero di targa DPR-E982XH. All’interno della Russia, la targa è stata modificata con una serie Kazakistana 172AJDO2; mentre all’uscita dalla Russia, dopo l’attentato, risultava essere modificata con una targa ucraina AH7771IP. Il giorno dell’attentato, la donna con sua figlia erano al festival cui Darya aveva partecipato assieme al papà. Invece, la rivendicazione dell’attentato da parte dell’Esercito Repubblicano Nazionale (formazione clandestina contro Putin di cui però non si era mai sentito parlare in precedenza) è arrivata dalla bocca di Ilya Ponomarev, ex membro della Duma russa espulso per tradimento e per svolgere attività contro il Cremlino.  Ilya Ponomarev, dal 2016 vive a Kiev sotto la protezione dei servizi segreti ucraini ed occidentali. Sul documento d’identità che identificherebbe Vovk Natalya Pavlovna,  si sono espressi i componenti del reggimento Azov, i quali, hanno recriminato di non avere a che fare con la morte di Darya e che quel documento fotografato e diffuso in rete è un falso, creato ad arte dai russi per poter giustificare il processo per i crimini contro l’umanità commessi dai soldati del reggimento ucraino,  prigionieri dei russi. Anche la versione degli Azov è traballante: non regge l’ipotesi che i russi avrebbero montato ad arte la storia solo per poter procedere col processo ai militari ucraini:  esistono già innumerevoli testimonianze in Mariupol ed in Bucha per poter produrre prove che dimostrino la colpevolezza dei nazisti di Azov. C’è un buco nelle informazioni che viaggiano in rete, dal momento in cui gli addetti alle indagini hanno parlato della donna che avrebbe pedinato Darya Dugina utilizzando un’auto cui è stata cambiata la targa più volte. Da quel frangente in poi, sono fuoriuscite una serie di informazioni secondarie ed extra rispetto alle dichiarazioni di chi ha il compito di indagare,  che sembrano depistare l’opinione pubblica e confondere le idee. Molti non credono al fatto che sia proprio la donna intercettata dai russi, l’autrice dell’attentato, la quale si presume dovrà fornire spiegazioni in un interrogatorio – ammesso possa essere possibile, visto che la donna è fuggita in Estonia. E’ stato rintracciato il padre della Vovk che ha raccontato a ‘RIA NOVOSTI‘ e ad altri media russi, che sua figlia aveva lasciato l’Ucraina mesi fa per entrare in Europa come rifugiata. Ha parlato della Francia, in cui Natalya Vovk non si era trovata bene, e della Polonia ove si sarebbe trasferita subito dopo.  L’uomo ha spiegato ai giornalisti che pochi giorni prima dell’attentato, lui aveva ricevuto una telefonata dalla Vovk in cui ella gli spiegava di trovarsi in Lituania, probabilmente una bugia. Ha inoltre confermato che la figlia ha prestato servizio nelle forze armate ucraine, anche se non nello specifico nel battaglione Azov – almeno per ciò che lui sa – e che “si era ritirata per problemi di salute e quindi non ha partecipato alla cosiddetta operazione antiterroristica in Donbass”. Dalle dichiarazioni del padre di Natalya Vovk, esisterebbero i collegamenti con i nazionalisti ucraini, e ciò avvalorerebbe la tesi sulle eventuali responsabilità. E’ possibile che nei prossimi giorni ci sarà maggior chiarezza sulla donna indagata, sul documento ed altre stonature. Sappiamo anche che, se il motivo dell’attentato fosse troppo scomodo per tutte le parti in gioco, russa, ucraina, americana o per paesi terzi eventualmente implicati, la verità potrebbe non emergere mai! Al netto delle indagini sui mandanti ed esecutori dell’attentato, la campagna di distruzione verso la famiglia di Darya è un macete nelle mani della stampa. I titoli si sono susseguiti compulsivamente senza una parola di cordoglio per la morte della giovane ventinovenne. Ma non è bastata la stampa di regime! Persino i neo-politici italiani hanno ingenuamente strumentalizzato la morte di Darya quando è uscito un articolo sul giornale ‘Il Gazzettino’, in cui si faceva riferimento al fatto che la giovane attivista avrebbe postato sul proprio sito, diversi giorni prima di morire, un consiglio su chi votare alle elezioni italiane di settembre. Questa notizia è prima di tutto falsa, perché Darya Dugina non è stata così sciocca da indicare pubblicamente a chi dare il voto – né alla fazione Italia Sovrana e Popolare, né ad altri partiti in lizza. La ragazza ha condiviso sul suo social un articolo giornalistico a cura di Fabrizio Verde in cui si discuteva sulla politica italiana di Mario Draghi (reo, all’interno dell’articolo, d’aver sprofondato l’Europa in un baratro a causa della sudditanza a Washington attraverso l’Italia, costretta in prima fila nel sostegno a Kiev). Nell’articolo di Fabrizio Verde, si affronta la problematica dei nuovi movimenti sorti oppostamente ai partiti di regime, ma non esiste alcun consiglio di voto. Né lo ha espresso Darya. L’articolo del ‘Gazzettino’ è scritto in maniera un po’ equivoca facendo passare per parole di una ragazza morta, quelle che mai sono state le sue, ed è travisato il significato stesso dell’articolo di Fabrizio Verde da parte di altre testate giornalistiche. Il risultato è stato un pastrocchio a vantaggio di uno dei partiti in lizza per le elezioni di settembre in Italia, e comunque, a vantaggio di tutti i nuovi partiti e non solo di quello nello specifico. Ovviamente, il partito in questione, Italia Sovrana e Popolare, non c’entra nulla con la gaffe giornalistica, ma il problema è diverso.
Ammesso che in passato la giovane Darya avesse scritto sul serio questa preferenza, perché il giorno della sua morte ci si è sentiti di condividerla sui propri profili social? Ovviamente, era comodo alla propaganda elettorale e il popolo italiano, anche quello più indeciso, sapendo che la ragazza vittima d’un attentato consigliava di votare uno piuttosto che l’altro partito, avrebbe pensato seriamente di dirottare la preferenza ad esso, a settembre. Certo, un bel promo! Ora, a parte il fatto che Darya non ha mai dato consigli, né lo dava l’articolo che lei condivise sul suo sito social, perché ci si è fiondati come falchi su questa notizia e la si è condivisa ovunque senza alcun ritegno per la morte della ragazza? Non era il caso di lasciar stare, fare silenzio? E’ questa la nuova politica? È più importante l’ingresso in Parlamento, che piangere una morte con rispetto per la famiglia? Quante volte, abbiamo ucciso questa ragazza? Spesso, si professa di stare dalla parte giusta di chi ha rispetto per gli altri, ma puntualmente, la gloria personale prevarica il valore sacrosanto della vita. In questa vicenda, forse è chiaro il motivo per cui la politica italiana è un fallimento. Perché a un certo punto, anche chi dice di non volersi svendere e di preferire coltivare i valori umani, si lascia prendere la mano e pecca di protagonismo. Un protagonismo che ha tentato di oscurare la vita spenta in un attentato terroristico, anche solo per qualche istante. “Ehi, la donna morta nell’attentato ha scritto di votare noi! Quindi votate noi!”. Sanno bene, che gli è molto piaciuto inoltrare questa visione elettorale, lo sanno tutti quei membri dei nuovi partiti che hanno approfittato di quello che sembrava uno scoop.

Il Movimento Internazionale Eurasiatista (MED – una organizzazione non governativa ma culturale con sede a Mosca il cui fondatore è Alexandr Dugin),  con un comunicato ha tenuto a precisare in primo luogo che la notizia era falsa, e in seconda battuta, con una rettifica, ha comunicato anche che “La notizia falsa è stata pubblicata sul ‘Gazzettino’ e ripresa dagli esponenti di ‘Italia Sovrana e Popolare’ lecitamente come notizia nel web, ma non dal partito in sé. La responsabilità dell’uso della notizia non è dunque da attribuirsi al partito. Il MED non ha avuto alcuna intenzione di attaccare Italia Sovrana e Popolare, ma di preservare la memoria di Darya. Al Gazzettino rinnoviamo l’invito a rimuovere l’articolo”.

I neo-partiti non hanno chiesto scusa per la ‘propria gaffe‘, si sono limitati a seguire la vicenda del giornale che avrebbe pubblicato la news, ed i comunicati del MED in riferimento. Come se il problema fosse solo l’articolo equivoco e non la propria smania di celebrità elettorale con cui hanno spammato la notizia ovunque proprio dopo la morte di Darya, togliendole luce e rispetto umano. E’ solo un consiglio, quello di provare a non pensare ‘solo alla corsa ma anche a chi incontri durante la tua corsa’. Quando qualcuno muore, il silenzio è d’obbligo e l’interesse personale dovrebbe scemare rispetto alla grandezza di una tragedia in corso. E’ una lezione che abbiamo imparato da piccoli, quando i genitori e i nonni spiegavano che: “Sssttt”, stiamo in silenzio, evitiamo di mettere avanti alla morte di qualcuno noi stessi. Tutto ciò che abbiamo da ridire, possiamo farlo in un momento diverso perché…adesso è il momento delle lacrime e del corteo funebre, il momento in cui nulla ha importanza se non la commemorazione e la vicinanza alle vittime”



22 AGOSTO 2022 – PAOLA MORA –  QUI RADIO LONDRA TV                 

 

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